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Di Antonio Fiorenzo Serrapiana

“Viti resistenti ai funghi” è questa la traduzione dal tedesco della parola Piwi (Pilzwiderstandfähig). Vitigni, conosciuti anche come “super-bio”, permettono di eliminare sia, del tutto o quasi, i trattamenti anticrittogamici che di produrre vini di alta qualità nel totale rispetto dell’ambiente che ci circonda.

Le varietà di vite resistenti alle crittogame trovano la loro origine negli incroci tra le varietà di Vitis vinifera (ovvero la vite che dà origine alle uve da vino) e quella americana (labrusca, riparia, aestivalis, cinerea, ecc.) conosciuta per essere resistente alle malattie fungine. La maggior parte delle varietà furono sviluppate a partire dal 1880 in Francia sino al 1933, anno in cui questi vitigni furono banditi. L’intento era quello di combinare la resistenza delle varietà americane alla fillossera della vite e alle crittogame alla qualità dei vini ottenuti dalle varietà europee.

Dal momento della comparsa in Europa della peronospora e dello oidio sono diventati necessari molti interventi fitosanitari per contenerne lo sviluppo. A partire dalla metà degli anni Cinquanta del Novecento, gli incroci più recenti sono diventati più complessi, avvalendosi anche delle specie di vite asiatiche – che non sono altro che il risultato di un processo di selezione di vari decenni – nel quale sono stati effettuati anche vari e molteplici re-incroci con cultivar europee. Dal punto di vista della classificazione (tassonomia), non è corretto chiamarle “varietà ibride”, in quanto non si differenziano più dalla specie Vitis vinifera, fanno parte a tutti gli effetti della specie vinifera. Questo è punto molto importante da sottolineare, in quanto sono delle varietà ammesse per la produzione di “Vini di Qualità” dalla legislazione comunitaria.

Il Sommelier Magazine Piwi, i vini del futuro

Oggi, le varietà resistenti sembrano offrire la soluzione migliore a chi tende la mano ad una viticoltura ecosostenibile, quasi del tutto libera da interventi fitosanitari. Vero è che un terreno sgravato dallo stress della copertura fitosanitaria si traduce in più salute, sia per i lavoratori che per chi abita nelle vicinanze di un vigneto, e i mancati trattamenti sono un risparmio per le aziende.

Potremmo sintetizzare tutto il discorso delle varietà di vite PIWI resistenti alle crittogame con l’espressione: “agire invece di reagire“, ovvero i viticoltori giocherebbero di anticipo sulla natura. Una puntualizzazione va fatta, bisogna rimanere in guardia da problemi di altra natura, come l’insorgere delle virosi o insetti ed eventuali mutazioni delle stesse crittogame.

Piwi è una frontiera in evoluzione che ci può riservare ancora molte sorprese sia in vigna che nel bicchiere.

 

Quali sono i  PIWI più diffusi?

Appartengono alle varietà Bronner, Cabernet Carbon, Cabernet Cortis, Gamaret, Helios, Muscaris, Johanniter, Prior, Regent e Solaris. Sono per la maggior parte di origine tedesca perché è storicamente la Germania il Paese più attento alla selezione dei PIWI, seguita dall’Austria e dalla Svizzera.

E in Italia? Sono le regioni del Nord Est – Veneto, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia – a guidare la ricerca sui vitigni resistenti con la Fondazione Edmund Mach – Istituto Agrario San Michele all’Adige, Innovitis (Istituto privato con sede a Bolzano), l’Università di Udine e il CRA-Vit di Conegliano Veneto. In Italia, si stanno sperimentando selezioni a partire da vitigni autoctoni, con ottimi risultati raggiunti, con i vitigni: Merlot Kanthus e Khorus e il Cabernet Volosil per i rossi, e con il Soreli (da Tocai friulano) e i Sauvignon Rytos e Kretos per i bianchi.

Tutto nel rispetto della legge che in Italia sottopone i vitigni resistenti ai funghi a precise limitazioni, in particolare al divieto di destinare le uve raccolte da PIWI alla produzione di vini Doc e Docg come recita l’articolo 8, comma 6, del D.lgs n.61/2010: “L’uso delle DOCG, DOC ed IGT non e’ consentito per i vini ottenuti sia totalmente che parzialmente da vitigni che non siano stati classificati fra gli idonei alla coltivazione o che derivino da ibridi interspecifici tra la Vitis vinifera ed altre specie americane od asiatiche. Per i vini ad IGT e’ consentito l’uso delle varietà in osservazione”.

 

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