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Di Stefano Borelli

Se il settore vino ha tirato un sospiro di sollievo non è, tuttavia, andata bene per tutto il comparto delle bevande alcoliche italiane. Il 18 ottobre scorso sono entrati in vigore i dazi del 25% che gli Stati Uniti d’America hanno imposto su alcuni prodotti europei. Una scure da 7,5 miliardi di dollari che non ha risparmiato il Made in Italy, primo fra tutti il Parmigiano Reggiano, e che ha colpito pesantemente anche il settore dei liquori e dei cordiali.

Il Limoncello, il Martini, l’Aperol, il Fernet Branca, il Campari, il Cynar, la Sambuca, l’Amaretto di Saronno, tanto per citare alcune delle bevande alcoliche italiane che si ottengono da infusi di erbe e piante aromatiche, sono tra i fiori all’occhiello del nostro agroalimentare e hanno negli Stati Uniti il loro secondo mercato dopo la Germania. Ora, dopo le imposte introdotte dall’Amministrazione Trump e dal WTO (l’Organizzazione Mondiale del Commercio), costeranno al consumatore americano da 2 a 2,5 dollari in più a bottiglia. Importi che potrebbero aumentare ulteriormente considerati i vari passaggi da importatore a distributore a venditore.

Il dazio, secondo stime della Federvini (l’Associazione dei produttori aderente a Confindustria), andrà ad interessare un valore di esportazioni pari a circa 163 milioni di dollari per il 2018 e potrebbe portare ad una perdita secca di valore dell’export del 35 per cento, ossia 50 milioni di euro.  Con danni soprattutto per le piccole e medie imprese italiane che negli anni scorsi hanno investito molto sui mercati stranieri, in particolare su quello statunitense.

In tutto si tratta di circa cento aziende molte delle quali del Sud Italia. Alcune di esse rischiano addirittura la sopravvivenza sia perché il mercato interno, o eventuali nuovi mercati stranieri non sarebbero sufficienti a compensare le perdite, sia perché sugli scaffali americani potrebbero aumentare e trovare maggior apprezzamento i liquori locali o di altri Paesi non colpiti dai dazi, con denominazioni evocative del prodotto italiano.

A risentirne, aggiunge la Federvini, sarà anche l’immagine che l’Italia ha costruito in questi anni e che stava dando risultati molto positivi grazie all’interesse del mercato americano verso i prodotti della Penisola e il loro ruolo nella storia della mixologia, l’arte della creazione dei cocktails.

Il Sommelier Magazine Dazi USA, Salvi i Vini ma scure sui Liquori

Un appello è stato rivolto da Micaela Pallini, Presidente del gruppo Spiriti delle Federvini, per un intervento nazionale ed europeo delle istituzioni per difendere e preservare un settore che rappresenta aziende storiche di lunga tradizione. Nel dibattito è poi intervenuta anche la Ministra per le Politiche Agricole Teresa Bellanova che ha chiesto al Governo un potenziamento del piano strategico per la promozione del Made in Italy agroalimentare puntando sulla commercializzazione e comunicazione del prodotto di origine italiano sui mercati più importanti.

Una querelle che potrebbe però infiammarsi ancora di più se il Presidente americano Donald Trump dovesse avvalersi della cosiddetta regola di carosello (carousel retaliation) che gli consentirebbe di modificare periodicamente la lista dei dazi dopo i  primi 120 giorni e successivamente ogni 180 giorni. Un modo per tenere i Paesi europei in uno stato di perenne incertezza.

I liquori italiani nel mondo:

La tradizione dei liquori italiani risale al Medioevo quando miscele di erbe, spezie, frutta con alcol e zucchero venivano utilizzati come medicinali. Oggi si bevono soprattutto come
aperitivi e amari e, secondo la rivista inglese Drink, quelli più venduti al mondo sono il Martini, l’Aperol, il Fernet Branca, il Campari, il Campari Soda, l’Amaretto di Saronno, l’Amaro Montenegro e l’Averna. Secondo i dati della Federvini, nel 2018 l’export di liquori verso gli Stati Uniti è valso 163 milioni di euro, con una crescita del 40 % negli ultimi 5
anni e del 13% solo nel 2018. Con i dazi introdotti dagli americani la Federazione stima un aumento da 2 a 2,5 dollari statunitensi (USD) per bottiglia, con una perdita stimata di
50 milioni di euro all’anno. Per quanto riguarda i consumi del mercato italiano, l’Osservatorio Wine & Spirits della Federvini ha rilevato che il 59 % della popolazione tra i
18 e i 73 ha bevuto liquori almeno una volta negli ultimi 12 mesi. Un consumo che risulta essere maggiore tra gli uomini (62%) e tra chi risiede in Centro Italia.

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