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Ecco Inalto di Adolfo De Cecco

di Lara Loreti

Da lassù si vedono le vette dell’Appennino, i boschi della valle Subequana, la macchia montana del Parco nazionale del Gran Sasso. In una parola, Ofena: è qui che si compie la favola bella del vino aquilano d’altura firmato De Cecco. “Questa è la mia terra, il posto dove sono nato e di cui sono innamorato”. Da giovane wine lover, Adolfo De Cecco, rampollo della famiglia abruzzese regina della pasta, prima di scegliere il suo vigneto ideale ha viaggiato molto. “Sono stato in Francia, in Toscana e in Sicilia, sull’Etna, accompagnato dall’enologo francese di Château Palmer, Thomas Douroux – racconta l’imprenditore, 33 anni – Ma poi ho scelto l’Abruzzo: l’ho setacciato fino ad arrivare a Ofena, su terreni che vanno dai 400 agli 800 metri. E con questo spirito ho deciso di chiamare l’azienda “Inalto”, un progetto solo mio. A quel punto ho puntato sul Montepulciano d’Abruzzo vitigno principe, e su Trebbiano e Pecorino come uve a bacca bianca”.

 

 

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E’ il 2015 quando De Cecco prende in affitto i terreni dell’azienda Gentile per acquistarli l’anno successivo. “L’unico modo per raffinare i vitigni è andare in alto – dice – In collina si fanno vini forti e strutturati, alzandosi si realizzano prodotti più ricercati”. Sulle alture aquilane i grappoli, vendemmiati a mano a scalare, raccolgono il calore nell’anfiteatro naturale di Ofena, chiamato il “forno d’Abruzzo” per la sua felice esposizione, prestando al contempo il fianco al freddo. E’ così che tralci, foglie e frutto si lasciano sedurre da escursioni termiche anche di venti gradi, riuscendo a esprimere il top degli aromi. “In alto sta chi ha profonde radici”, dice orgoglioso Adolfo. La tenuta si divide in un vigneto di 8,6 ettari ad Ofena, a cui si aggiungono due ettari a 800 metri vitati a Montepulciano, e 4mila metri quadri dedicati al Trebbiano; altri due ettari si trovano poi a 500 metri: lì nascerà il bianco aziendale top. Una volta che tutti i vigneti saranno a regime, nel 2020, gli ettari totali vitati saranno 13, per una produzione che punterà a un totale di 50-60mila bottiglie tra rossi, bianchi e rosati Cerasuolo. I vigneti più elevati saranno dedicati alla produzione di almeno tre cru.

Sulla montagna aquilana il giovane De Cecco tira fuori la sua natura più intima, anima fine di una terra dura, proprio come il suo vino. Si rimbocca le maniche e lavora in vigna, pur mantenendo la carica di consigliere d’amministrazione e socio del pastificio di famiglia nel Pescarese. Ma la terra lo bacia, lo coccola, lo travolge in un amore reciproco e tormentato. “I cinghiali minacciano il raccolto, le temperature sono rigide e i terreni scoscesi: portare i mezzi nel bosco è complesso. La mia è una viticoltura eroica”, riflette l’imprenditore. Ma la fatica è spesso anticamera di gratificazione. “Le rese sono bassissime: 60-70 quintali per ettaro, e i vigneti più alti, coltivati ad alberello, rendono anche meno, 40-50 quintali/h, in pratica una bottiglia per pianta per una grande qualità – dice De Cecco – Cento anni fa, qui su c’era vigna ovunque. E’ quella tradizione che voglio recuperare, puntando al record di coltivare il Montepulciano più alto del mondo, combattendo tra l’altro il riscaldamento climatico”. E nel cassetto c’è anche l’idea di piantare il Verdicchio, uva tipica delle Marche.

 

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L’Aquila vuol dire anche terremoto. Una realtà con cui tutti nel territorio si ritrovano a fare i conti. “Investire su Ofena è stata una scelta tecnica. Ma detto questo, lavorare in una zona che ha subìto il dramma del sisma ti riempie il cuore – nota il viticoltore – E mi fa piacere aiutare un posto che ne ha più bisogno di altri, e che sento vicino. Qui ho investito 3 milioni di euro: ho ristrutturato la cantina e anche la casa, dove mi sono trasferito con la famiglia. E’ il mio sogno da bambino che si realizza”.

L’ultima vendemmia, nel 2019, conta 32mila bottiglie e sette etichette: tre della linea Inalto (Cerasuolo, Bianco e Rosso), e quattro de Le Pastorelle (Trebbiano, Montepulciano, Pecorino e Rosato). L’azienda sta crescendo, e la squadra è pronta: l’agronoma, toscana, è Laura Bernini, l’enologo Mauro Monicchi viene dall’Umbria. Poi c’è Adolfo, che intanto sta studiando enologia. Insomma, non resta che allacciare le cinture e inseguire l’aquilone. Sempre più in alto.

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