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Lorenzo Boscherini

Dalla sua apparizione in Mesopotamia, il vino ha attraversato i secoli, accompagnato con dolce prepotenza gli uomini verso l’oblio dei sensi e nella gioia dei banchetti ed è divenuto ben presto uno strumento liturgico per celebrazioni mistiche e religiose. Già nel Vecchio Testamento si dice: “Noè, che era agricoltore, cominciò a piantare la vigna e bevve del vino” (Genesi 9,20); nel Nuovo Testamento diventa metafora del sangue di Cristo e si afferma la sua centralità nella liturgia cristiana. Il vino, in tutte le sue forme, è sempre stato cantato e, ovviamente, decantato da poeti e scrittori. Uno dei primi riferimenti si trova già nel personaggio di Siduti, viticoltrice ante litteram, che nell’Epopea di Gilgamesh, poema epico Sumero, suggerisce al re di lasciare perdere la ricerca dell’immortalità e godersi le gioie terrene.

Seguendo il solco dello sviluppo letterario che costeggia quello geografico, dal Medioriente navighiamo verso la Grecia. Ad Atene, nel Simposio, Platone e i filosofi dialogano sul tema di Eros nelle sue svariate sfumature e dopo avere abbondantemente libato, seguendo una procedura concordata bevono il vino, per contribuire alla ricerca della verità e, per dirla con Aristofane, commediografo ateniese, “…dir qualcosa di intelligente”. Omero, nell’Odissea, cantava del “Vino pazzo che lascia sfuggire qualche parola che era meglio tacere” e nello stesso capolavoro epico, l’aedo cieco fa ricorso più volte al vino come mezzo d’inganno, ad esempio quando la maga Circe fa ubriacare i compagni di Ulisse con il prezioso vino di Pramno e li trasforma in porci oppure quando Ulisse in persona fa astutamente bere il Ciclope fino allo stordimento per accecarlo e poter scappare: “Su, bevi il vino, Ciclope … Te l’avevo portato in offerta, semmai impietosito mi mandassi a casa” (Odissea, X 347-350). Nel mondo latino già nel II secolo a.C., Marco Porcio Catone nel De Agri cultura dispensa indicazioni sui fondi agricoli e sulla coltivazione della vite.

L’alter ego latino di Omero, Virgilio, nelle Georgiche (36-29 a.C.) descrive la coltivazione delle piante, le varietà, i metodi, con particolare attenzione alla vite: “Ci sono le vigne di Taso, ci sono le uve di Marea, bianche, s’addicono queste a terreni grassi, quelle a terre più fini”. A Plinio il Vecchio, nella Naturalis Historia, dobbiamo un grande lavoro di ricerca sulle viti e sul vino con la quantificazione di ben 185 vitigni conosciuti.

Arrivati senza grossi scossoni al Medioevo, troviamo Dante che, nella Divina Commedia, usa la metafora della vite per spiegare come Dio possa ricreare la singolarità di ogni essere umano: “e perché meno ammiri la parola, guarda il calor del sol che si fa vino, giunto a l’omor che de la vite cola” (Purgatorio XXV, 76-78).Con stile goliardico, il coevo e conterraneo Boccaccio partorisce la novella di Cisti fornaio ed adopera il vino come “artificio” per esaltare le doti dell’intelligenza e dell’astuzia, utilissime compensatrici di differenze sociali: “Cisti fornaio splendidissimamente vivea, avendo tra l’altre sue buone cose sempre i migliori vini bianchi e vermigli che in Firenze si trovassero o nel contado”.

Nell’800 molti poeti inneggiano al vino; per Baudelaire, francese poeta maledetto, i benefici sono sempre maggiori dei rischi: “Per non essere gli schiavi martirizzati del tempo, ubriacatevi; Ubriacatevi senza smettere! Di vino, di poesia o di virtù, a piacer vostro”. (I fiori del male, 1855). Anche Giacomo Leopardi, insospettabile pessimista cosmico, ne loda le proprietà psicoterapeutiche “Il vino è il più certo, e (senza paragone) il più efficace consolatore”.

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