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A cura di Stefano Borelli

Il mondo del vino sta diventando molto simile a quello dell’arte con una critica che interviene nel determinare il valore, collezionisti, ed esibizioni analoghe a quelle delle gallerie d’arte.

Centomila dollari a bicchiere. Per il 2018 del vino è stato un anno di record. Secondo il Prof. Gianmarco Navarini, sociologo ed etnografo il fenomeno è destinato a crescere e in realtà con il vino si “beve un pezzo di storia”.
Può una bottiglia di vino essere definito un capolavoro? Un oggetto che suscita emozione come un’opera d’arte? Può costare più di un quadro di Guttuso o di un pittore fiammingo del XVII secolo? Possiamo parlare di “Arte Liquida”? Siamo di fronte allo stravolgimento dei canoni estetici? Il bello si giudica anche con l’olfatto e il gusto e non più solo con la vista e l’udito? A detta alcuni sì. Soprattutto alla luce dei risultati delle aste enoiche del 2018.  Alcune vendite top parlano per tutti.  Due bottiglie di Romanée Conti, Domaine de la Romanée Conti del 1945 sono state aggiudicate per oltre un milione di dollari (una a 558 mila dollari, l’altra a 496 mila) all’asta di Sotheby’s di New York dell’ottobre 2018. Mentre, sempre in autunno, una bottiglia di whisky Macallan è stata venduta per 943 mila euro alla Bonhams di Edimburgo.  Distillata nel 1926 e imbottigliata nel 1986, la bottiglia ha l’etichetta disegnata dall’artista italiano Valerio Adami, noto tra le altre cose, per aver realizzato insieme a sir Peter Blake, la copertina dell’album dei Beatles Sgt. Peppers Lonely Hearts Club Band. Tra gli altri record che hanno chiuso l’anno, un lotto di 7 Mathusalem (6 litri) di Romanée Conti, Domaine de la Romanée Conti 2005 battuto da Sothebys’ Hong Kong per 1,5 milioni di dollari.  Cosa giustifica questi prezzi?  E’una moda passeggera o dovremmo abituarci a vini da centomila dollari al bicchiere.  Ne parliamo con il professor Gianmarco Navarini, sociologo ed etnografo dell’università degli studi di Milano-Bicocca e autore di vari libri sul tema.

Professor Navarini cosa pensa delle vendite milionarie del 2018. È un fenomeno destinato a resistere o una bolla passeggera?
Resisterà. Per vari motivi. Intanto perché il mondo delle aste, che ha da sempre trainato il mondo del vino a suon di record, ha una stretta relazione dal punto di vista simbolico con il mondo dell’economia.  Qualche anno fa con la crisi finanziaria mondiale c’è stata una leggera flessione. Una flessione che ha però toccato marginalmente il settore del lusso, perché di questo si tratta. Il vino, a certi livelli fa infatti parte a pieno titolo del mondo del super lusso, tanto quanto alcuni oggetti d’arte e risente molto meno dei momenti di recessione. Va poi detto che è un settore che periodicamente produce dei record. Un fenomeno ciclico che si replica nel tempo.  E appartiene, in buona sostanza, alla stessa struttura con la quale il nuovo mito del vino viene oggi rappresentato e comunicato.

Come viene rappresentato oggi il vino? Cosa evoca a livello di immaginario?
Mette in gioco una serie di cose che appassionano molto: per esempio per le due bottiglie di Romanée Conti del 1945 vendute a New York c’è soprattutto la questione della storia. Intanto si trattava di un pezzo della collezione di uno dei più importanti negociants di vino francesi, Robert Drouhin.  E già il fatto che fossero appartenuti ad un personaggio che il mondo dell’enologia francese considera una leggenda ha attratto collezionisti ed appassionati di tutto il mondo.  C’è poi da tenere presente, anche l’importanza storica e simbolica dell’annata, il 1945.  L’anno della fine della seconda Guerra mondiale e della Liberazione dall’occupazione Nazista. Non si tratta più dunque solo di vino, ma di un pezzo di storia, un oggetto che riporta alle mente uno dei momenti più importanti del secolo scorso.  L’altra storia che questo vino racconta è che quella del 1945, ultima annata della vecchia gestione del vigneto Domaine de la Romanée Conti.  Nel 1946 verrà realizzato un nuovo impianto che darà però i primi frutti solo nel 1952. Quindi ci sono vari elementi di narrazione che si intrecciano e che danno un valore incommensurabile alle bottiglie. E finché ci saranno bottiglie che raccontano “storia” l’interesse per il vino non cesserà mai di esistere.

Anche la rarità è un fattore da considerare? Vale lo stesso principio della filatelia che quota 8 milioni di euro, l’unico francobollo ancora esistente di British Guiana 1 c Magenta del 1856?

Si, senza dubbio. Nel 1945 vennero prodotte solo 600 bottiglie e quelle vendute da Sotheby’s sono molto probabilmente le ultime due rimaste in circolazione.  Del resto la Romanée Conti ha da sempre scelto di puntare su un altro parametro importante, per la preziosità di un oggetto, la rarità. Ancora oggi vengono prodotte al massimo 3000 bottiglie, spesso difficili da comprare se non si è clienti di lunga data dell’azienda.  Il Romanée è poi il vino emblema del Pinot nero.  Il vino che si contende il trono di gusto e longevità nella grande sfida tra il pinot nero in purezza della Borgogna e il taglio bordolese d Bordeaux.

Queste considerazioni valgono solo per alcuni prodotti di nicchia o influiranno su tutto il mercato?
Questo è un tema interessante, perché il mondo del vino sta diventando molto simile a quello dell’arte con una critica che interviene nel determinare il valore, collezionisti, ed esibizioni analoghe a quelle delle gallerie d’arte.  Così, come nel mondo dell’arte pochi artisti guadagnano cifre stratosferiche, nel mondo vino pochi prodotti guadagnano moltissimo, per lo più quelli francesi.  I vini italiani fanno più fatica a diventare “supercollectibles”, anche se in realtà molti di loro hanno storie altrettanto grandi da raccontare.

Perché i “Super wines” sono per lo più francesi e quelli italiani lo sono meno?
Ci sono molte ragioni, per lo più storiche. Il vino francese è più conosciuto perché il mercato è stato regolato in gran parte dallo Stato che è più antico di quello italiano. Da noi c’è sempre stata una grande diversità di territori, mentre il forte della Francia è stata la potenza mercantile e commerciale di tipo centrale che esiste da secoli. Paghiamo in qualche mondo questo ritardo “istituzionale”. La seconda ragione è lo stretto collegamento tra Francia e il mondo anglosassone, in particolare la zona di Bordeaux che per 300 anni ha fatto parte del Regno Unito.  Il rapporto privilegiato di Bordeaux con l’Inghilterra e l’Impero britannico, che riforniva di vini pregiati tutte le colonie è poi continuato per secoli.  Ed è il mondo anglosassone che ha creato le case d’ aste, in primis Christie’s e Sotheby’s, che hanno fatto il bello e il cattivo tempo delle quotazioni dei vini.

I francesi hanno anche da molto più tempo dato importanza alla conservazione?
Esatto, in Italia la cultura di conservazione del vino è più recente. Mentre in altri paesi si sono create insieme alle vigne importanti cantine, in Italia, fino a qualche anno fa, è prevalsa la cultura del consumo immediato.   Da noi non si pensava che il vino potesse mantenersi bene e a lungo e la tendenza all’invecchiamento non è così antica. Solo alcuni winemakers sono andati controcorrente, ma sono stati una minoranza. Oggi per fortuna c’è un’inversione di tendenza.

Perché secondo lei il mercato è sempre più asiatico e i grandi compratori sono ad Hong Kong?
C’è sicuramente una questione economica perché hanno più capacità di spesa, ma c’è anche una questione culturale che è più importante. Cioè il vino è visto non come una bevanda, ma come qualcosa che si gusta, su cui si discute, che ha una storia. Diventa un oggetto di prestigio ed offre status a chi lo consuma.  E mentre in Europa stanno prendendo piede altre tendenze, il vino biologico, quello naturale, fuori dall’Europa il vino è ancora trainato dall’idea che sia una bevanda che dà prestigio alle persone anche in termini di sapere.

Il vino quindi visto come status symbol?
Si certo, c’è in realtà una sorta snobismo, ma nel senso che il termine ha nel mondo anglosassone. Da una parte, si beve vino per differenziarsi dalle classi popolari, dall’altra è un fattore di status. A fianco di questo c’è la competenza, perché non basta bere vino ed avere vino in casa, ma devi anche capirne. Non solo quindi capitale economico, ma anche capitale culturale.  Il vino diventa così la bevanda per eccellenza che rappresenta lo stile di vita occidentale, al quale il resto del mondo guarda sempre di più. Soprattutto in Oriente dove il made in Italy e la dieta mediterranea vanno sempre più di moda.

Un vino può essere considerato un’opera d’arte alla stregua di quadri e opere musicali, per i quali prevale il giudizio dato dalla vista e l’udito? Si Può parlare di Arte liquida?
Oggi l’arte contemporanea ha un aspetto sempre più multisensoriale e il concetto di estetica si basa sempre più sul lavoro che fanno tutti i sensi.  I sensi divengono in sostanza protagonisti nel valutare l’arte e vengono rieducati.   Tra questi c’è una rivincita dell’olfatto che tra tutti è sempre stato quello bistrattato, negato, messo ai margini della “civiltà”. Dare un giudizio olfattivo presto potrebbe assurgere allo stesso livello di un giudizio visivo o sonoro che si applica a un quadro o un brano musicale. Le nuove forme di creatività prevedono, infatti, opere che vedono coinvolti tutti i sensi e saranno fruite dal pubblico in termini multisensoriali con  l’olfatto che riprenderà  il suo giusto ruolo. E servirà per giudicare, insieme agli altri sensi, i “capolavori” del vino.

Il Sommelier Magazine Fenomeno Aste, intervista al Professor Gianmarco Navarini

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