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di Massimo Vedovelli..

Professore ordinario di Linguistica Educativa e di Semiotica presso l’Università per Stranieri di Siena

Il Sommelier Magazine Il vino parla: dove? Negli enogrammi

Una banca dati dei testi presenti nelle etichette e controetichette dei vini italiani identifica i grandi nuclei tematici della narrazione del vino, le forme simboliche che danno identità ai vini italiani, le loro parole e i loro linguaggi.

Che il vino non sia solo un liquido alcolico, ma ben di più un prodotto culturale è un dato che può addirittura alimentare stereotipi che si incidono sull’immaginario collettivo. Cultura ha molti significati. Se assumiamo quello che nelle Ricerche filosofiche ci propone Ludwig Wittgenstein, la cultura è una ‘forma di vita’: una struttura di rapporti sociali, una storia, un legame con un luogo; modi di essere e di fare; rapporti con gli altri e con la natura. Luogo e storia, spazio e tempo.

Che il vino sia cultura vuol dire, allora, che gli umani che lo producono e lo comprano, che lo giudicano e ne discutono hanno a che fare con qualcosa che esprime le loro forme di vita, anzi: che dà forma alle loro vite. Il vino passa così da fatto naturale a fatto storico e sociale, esprimendo i modi di essere di chi lo produce, dei singoli e dei gruppi sociali: da natura diventa storia e crea senso.

In questa prospettiva la bottiglia non contiene semplicemente un liquido alcolico – il vino – ma vuole comunicare qualcosa: esprime, racconta, sollecita i sensi, i sentimenti e i pensieri. Come parla, come vuole raccontarci l’identità del vino? Con un insieme complesso di linguaggi e di lingue. Una linea di ricerca dell’Università per Stranieri di Siena si è dedicata a capire come la bottiglia di vino parli: con quali parole, con quali espressioni; e quali contenuti, quali significati proponga. Etichette e controetichette hanno assunto, allora, nella nostra ricerca, la funzione di essere sedi di enogrammi: testi scritti sul vino.

Il Sommelier Magazine Il vino parla: dove? Negli enogrammi

La forma della bottiglia, il colore del vetro, l’abbigliamento non sono meri apparati estrinseci, ma ciò che primariamente sollecita al dialogo e chiede di essere capito, sollecita attese e emozioni. Ancor più, il linguaggio fatto di parole fa parlare la bottiglia: nell’etichetta e nella controetichetta, oltre a colori, forme, numeri, simboli, codici digitali, le parole guidano a comprendere l’identità del vino.

Due sono i principali motivi di tale ricerca. Il primo è puramente conoscitivo: prima di tali indagini non c’erano studi sulla lingua italiana delle etichette e controetichette, sugli enogrammi. Anzi, il termine stesso enogramma è stato coniato per la prima volta da chi scrive e da Salvatore Speranza entro tali ricerche. Il secondo motivo è applicativo: se nel mondo dei mercati globali il vino è una merce che deve parlare ai potenziali acquirenti, è necessario che la sua comunicazione sia efficace, chiara, espressiva. Di conseguenza, se conosciamo le caratteristiche di come parlano le bottiglie, possiamo insegnare a farlo in modo strutturato, integrando le competenze di coloro che operano nel settore.

La ricerca si è concentrata su due oggetti: i contenuti del racconto degli enogrammi e la forma linguistica e semiotica di tali narrazioni. Così, abbiamo contato le parole, creato liste di frequenza lessicali, cercato di individuare i ‘modi di dire’, i tecnicismi ma, ancora di più, le parole comuni che ricorrono con maggiore frequenza negli enogrammi. E abbiamo cercato di individuare i sensi più frequenti, le accezioni più diffuse nelle parole che parlano di vino.

Sono due i nuclei di contenuto più frequenti negli enogrammi: il tempo e lo spazio. Ci si attende che una etichetta parli del vino, che lo descriva, e invece con altissima frequenza gli enogrammi raccontano storie che attraversano gli anni, i secoli, i millenni. Una immagine rupestre preistorica dei luoghi di produzione dà lo spunto a un racconto; un fatto storico – Giulio Cesare che passa il Rubicone – permette di riportare in etichetta il testo di Svetonio. Le carte abbaziali fanno parlare il Medioevo; il Rinascimento ci si presenta attraverso papi, principi, nobili. L’epoca moderna racconta di Napoleone e del Risorgimento. Il tempo è uno degli assi più solidi degli enogrammi e si manifesta nella continua dialettica fra tradizione e innovazione: ogni bottiglia sembra dire “io sono il frutto di una sperimentazione, di tecnologia e di scienza, cioè sono frutto del presente, ma le mie radici sono nel passato, nel tempo che fu”. Nel tempo, questo è il senso della narrazione, il vino sembra proporre la garanzia della sua qualità.

L’altro grande tema degli enogrammi è lo spazio, il luogo. Etichette che esibiscono le caratteristiche naturali del luogo di produzione – monti, vulcani, colline, vigneti, poderi, castelli, città antiche. E ancora, narrazioni dei modi di vita di una comunità, delle sue caratteristiche sociali e culturali: la vetrata del duomo o la formella della fontana della piazza. Il luogo di origine, con i suoi tratti naturali, culturali e sociali, diventa l’altra fonte di garanzia di qualità del vino. Nel tempo e nello spazio, nella storia e nel luogo raccontati dagli enogrammi si struttura l’identità del vino: e chi racconta sembra dire: “Bevendo questo vino, non provi solo sensazioni, emozioni, ma entri nella storia e nella vita di una comunità”. Il racconto, allora, oltre a descrivere le caratteristiche del vino, vuole sedurci, vuole farci condividere una forma di vita, una cultura.

 

 

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