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Daniele Acconci

Le Langhe sono terra, cielo, vigne, uva, sole e nebbia. Da qualunque posizione si guardi si vede una collina, che ne nasconde un’altra, che ne rincorre un’altra ancora. Si intravvedono i torrioni dei castelli, le fortificazioni che difendevano le città tanti anni fa. In autunno nelle Langhe c’è un’esplosione di colori che sembrano dipinti da un grande pittore: sfumature dal giallino al marrone, dal verde al bruciato. Le Langhe sono state testimoni della miseria più terribile, e le pagine vergate da Beppe Fenoglio e Cesare Pavese sono a testimoniarlo. Nel giro di pochi anni però le Langhe hanno avuto la loro riscossa diventando dapprima “Patrimonio dell’Unesco” e successivamente raggiungendo quotazioni di mercato rilevanti, due milioni e mezzo di euro ad ettaro per compravendite di particolari cru. Barolo e Barbaresco, da terre povere e vini (forse) scadenti a brand stellari, osannati in tutto il mondo. Come è potuto avvenire tutto ciò nel breve volgere di un secolo?

Beppe Fenoglio ambienta nelle Langhe tutti i suoi romanzi e le sue storie: da “La Malora” al “Il partigiano Johnny” e li colloca ad Alba, Barbaresco, Neive, Treiso, che fanno riecheggiare i sentori e i gusti del Barbaresco e del Nebbiolo d’Alba che qui hanno il cuore della loro produzione. Il padre di Fenoglio è di Monforte d’Alba, paesino arroccato sulle colline, in cui i contadini cercano di sfuggire da una vita segnata da stenti e fatiche. Ne “La Malora” Fenoglio descrive la malasorte che colpisce una terra avara, abitata da persone prostrate non solo dalla miseria, ma anche dalle ingiustizie della condizione umana. La famiglia protagonista vive nell’Alta Langa, una zona collinare povera di vegetazione e di acqua: la terra non è fertile e il cibo è scarso. Il lavoro è molto faticoso, i braccianti sono abbrutiti dal lavoro, le donne sono sfruttate fino all’esaurimento di ogni energia e le stagioni sono scandite dalle fantasticherie di una vita migliore nella vicina, grande, evoluta ma ignota Alba.

Il ritorno nelle Langhe di Anguilla, il protagonista di “La Luna e i falò” di Cesare Pavese è oltremodo suggestivo. Il paesaggio è quello di Santo Stefano Belbo, ed il paese diventerà il mito centrale dello scrittore e della sua attività. Fin da bambino Pavese ha un rapporto stretto con le colline, le vigne, i fiumi, gli alberi e tutti gli elementi che costituiscono il paesaggio langarolo. In esso vi sono i segni delle fatiche di tante generazioni, di tante mani che hanno lavorato la terra.

Le Langhe per Pavese sono il luogo mito, le radici, l’àncora della sua esistenza, ma anche la personificazione della donna amata. Nel poemetto “La terra e la morte” dedicato a Bianca Garufi recita: “Anche tu sei collina…/sei la vigna…/sei la terra e la vigna”. Colline e vigna: il dualismo gioca un ruolo fondamentale nelle opere di Pavese che si fondono nelle descrizioni del paesaggio delle Langhe.

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