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Paolo Peira

 

La prima volta che ho sentito la parola viticoltura associata all’aggettivo eroica, era, probabilmente, il 1994. Anche sul luogo ho qualche dubbio, forse ero in Libano, o in Siria, o a CapoVerde, sull’isola di Fogo. L’unica cosa di cui sono certo è chi l’ha pronunciata: il Professore Luigi Bonato. Sul momento mi era sembrata un’espressione curiosa, quasi una battuta mentre Luigi, molto chiaramente, esprimeva un concetto semplice: coltivare la vite in condizioni difficili. Dopo qualche anno, il Professore Attilio Scienza me l’ha ripetuta a Pantelleria. Attilio si lamentava del fatto che sull’isola pantesca, a causa dell’abbandono dei vigneti, si era preferito privilegiare – per ovvie ragioni economiche  quelli di pianura, meno qualitativi, a discapito di quelli collinari, più faticosi.

Un tempo la superficie vitata era molto più estesa, ma nel ‘900 la modernità, l’emigrazione, gli alti costi del lavoro dovuti a una viticoltura eroica non meccanizzabile hanno a poco a poco ridotto le superfici per abbandono; stessa cosa è accaduta in altre viticolture eroiche d’Italia e d’Europa. La viticoltura eroica è oggi un fenomeno mondiale e trasversale, che interessa la viticoltura europea ma anche quella del sud America e del medio Oriente; rappresenta in Europa circa il 6% della superficie vitata; è caratterizzata da isolamento, scarse piogge, caldo estremo, mancanza di sorgenti d’acqua dolce, vento, terreni in forte pendenza; riguarda zone dove per un ettaro di vigna sono necessarie cento giornate di lavoro di una persona, compresa la manutenzione dei muretti, tre volte tanto rispetto ad una qualsiasi vigna di pianura.

Il recente Testo Unico del vino, che fin dall’articolo 1 riconosce la vite e i territori viticoli quali patrimonio culturale nazionale da tutelare e valorizzare, dedica un articolo specifico, il 7, alla salvaguardia dei vigneti eroici e storici. La viticoltura eroica possiede il valore aggiunto dato dalla fatica dell’uomo nella lavorazione e nella raccolta delle uve. L’eroicità sta proprio nella capacità e caparbietà dell’uomo di mettere in produzione vigneti, in terreni dove la meccanizzazione è impossibile, proprio per la posizione abbarbicata delle vigne. Per questo motivo, la viticoltura eroica è ben più di una pratica agricola: coltivare queste pendenze ha un’evidente valenza storico-rurale. Significa anche curare un paesaggio, custodirlo e tutelarlo. È chiaro infatti che in seguito all’abbandono di questi terreni così impervi e terrazzati, a lungo andare ci sarebbero problemi di erosioni, smottamenti, ruscellamenti.

È fondamentale, quindi, tenere in considerazione tutte le ricadute positive della viticoltura eroica sui territori: effetti ambientali, economici sociali. La grande sfida sta nel trasformare le difficoltà in una grande risorsa, attraverso la valorizzazione di paesaggi incredibili, scolpiti dall’uomo per le proprie necessità e la promozione della biodiversità. Tra le regioni vitivinicole che possono fregiarsi di questo appellativo ricorderei sicuramente Porto e l’alta valle del Douro: probabilmente la più grande regione al mondo di viticoltura eroica. Buona parte dei 1.000 ettari di vigneti coltivati a Müller Thurgau in Trentino sono in Valle di Cembra, la valle dove si pratica una viticoltura eroica, sulle scoscese pendici del torrente Avisio, in vigneti sostenuti da oltre 500 km di muretti a secco che rendono il paesaggio caratteristico e attraente anche dal punto di vista turistico.

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