“Liberarsi dagli esperti” parola di Stefania Zolotti

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Il Sommelier Magazine "Liberarsi dagli esperti" parola di Stefania Zolotti Giornalista, direttore del giornale digitale “Senza filtro”, speaker (2018) al Tedx Cortina, docente area food e wine, che cosa ti ha spinta ad entrare nel mondo Fisar e diventare Sommelier?

Mi ha spinta la voglia e la curiosità. Nasco come giornalista e speaker, ma durante il mio cammino sono rimasta  affascinata da questo mondo ed ho voluto capire, in maniera più approfondita,  chi ci fosse dietro al panorama della conoscenza del vino. Mi sono quindi avvicinata alla Fisar ed ho trovato un approccio fatto di passione e di quell’elegante informalità necessaria per arrivare al cuore delle persone.

 

Nel tuo ultimo libro “Il bicchiere mezzo pieno” sostieni che “Chi conosce il vino va bene in geografia” cosa intendi?

La geografia ci dà delle coordinate, e per geografia intendo  una concezione generale molto ampia: stare in  un posto significa anche conoscere,  sapere ed essere responsabili  di tutto ciò che ruota attorno a quel posto, ma se non si hanno le conoscenze di base ciò non è possibile.  E’ importante anche fare una distinzione tra territorio e geografia. Mentre il territorio è un concetto forse più arido, abusato e strapazzato, nella geografia ci sono milioni di variabili che rappresentano la nostra identità. Bisogna ricominciare a gestire le tradizioni, è basilare far comprendere cosa c’è esattamente dietro un calice di vino.

 

Scrivi “Il vino del 2020 non ha niente a che fare con quello di vent’anni fa”, in cheIl Sommelier Magazine "Liberarsi dagli esperti" parola di Stefania Zolotti senso?

Dobbiamo capire che ora i contesti  del mercato sono cambiati e con loro anche il tipo di messaggio. Per intenderci: le vecchie foto di famiglie sulle botti fatte dai produttori non sono più sufficienti come collegamento ad una bottiglia di vino, il pubblico è cambiato, chi acquista non è più solo l’appassionato, c’è un mercato di giovani che va aiutato. Non possiamo appiattire ulteriormente la conoscenza del vino in questo paese, sarebbe un sacrilegio, non possiamo solo continuare a sperare di vendere il vino all’estero! Noi ci siamo, finora,  sempre adeguati alle esigenze del mercato americano o tedesco, ora sono cambiati i consumi ed i target di riferimento. Si pensi al mercato dei giovani, o ancora a quello femminile, o quello della sostenibilità, già solo questi 3 aspetti faranno nel futuro un punto di riferimento a cui le aziende dovranno necessariamente guardare. Sta cambiando anche la stessa fruibilità del vino, non è solo sentori o colori esso è portatore di mille emozioni  che vanno comunicate adeguandosi anche ai tempi, si pensi ai podcast, o al mercato audio che non è ancora stato sfruttato, bisogna usare la tecnologia  a nostro vantaggio e trasmettere la cultura del vino dall’interno, non fornendo sempre le solite informazioni da scheda tecnica, si è – purtroppo –  smarrito il senso del contesto a scapito del racconto e dell’armonia. Bisogna attivare una catena di conoscenza nel mondo del vino non fermandoci alle preinformazioni date con velocità.

 

Avverti la necessità di “liberarsi dagli pseudo esperti e dagli stereotipi nel mondo del vino”?

Assolutamente sì, liberiamoci dagli stereotipi andiamo incontro alle persone, via quella “spocchia” che il mondo del vino si porta dietro da sempre, liberiamoci dai condizionamenti a cui gli esperti i ci hanno sottoposti per molto tempo. In questi 20 anni ho trovato un appiattimento enorme dal punto di vista soprattutto culturale. Bisogna entrare in contatto con le persone, trasferire la passione, nei miei viaggi all’estero dalla California al Sud Africa all’Argentina ho notato un mondo informale completamente diverso nella comunicazione del vino che non vuol dire essere meno preparati anzi, ma avere la capacità di trasmettere informazioni con semplicità, noi siamo chiusi in una prosopopea di linguaggio che ci allontana sempre più dai consumatori Bisogna superare l’inerzia che accompagna il mondo del vino, in Italia con il nostro patrimonio si potrebbero ottenere risultati eccezionali.

 

“L’influencer finge mistifica, baratta. Il Neuromarketing misura, studia, restituisce” (pag.93). Affermazione importante

Da quando il digitale è esploso molte aziende hanno fatto confusione credendo che bastasse usare Instagram, Facebook o rivolgersi a blogger o influencer per aumentare le loro vendite. Ma questo può avvenire solo in parte, non si può più credere d’investire con scambi di bottiglie sfruttando canali di cui è difficile anche fare la profilazione del consumatore.  Affidarsi ai testimonial è impoverire ancora di più il mondo del vino e la sua cultura, non solo perché è un atto “passivo” dove non trasferiamo niente, ma ci si illude  che ad una grande platea corrisponda un gran numero di acquirenti. Sarebbe più proficuo investire per una comunicazione più mirata magari legata a progetti di neuromarketing. Le aziende dovrebbero anche rivalorizzare i sommelier -non versano solo il vino -, loro dovrebbero far passare il messaggio chi c’è dietro quel calice, tornando a essere dei protagonisti.

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