Dalla crisi del metanolo alla nascita di una nuova idea di qualità, Carlo Petrini ha accompagnato il vino italiano fuori dalla stagione della paura e dentro una visione più ampia: il calice come espressione di territori vivi, comunità consapevoli e lavoro agricolo rispettato.
Carlo Petrini, per gli amici Carlin, non ha mai avuto l’ambizione di cambiare il modo di fare il vino attraverso la critica. Ha fatto qualcosa di molto più sottile: ha cambiato il modo di pensarlo.
In questo mese si è scritto molto sulla sua figura e sull’influenza che ha esercitato negli ultimi quarant’anni, da quando fondò Slow Food. È evidente che il suo operato non abbia riguardato soltanto il vino. Se vogliamo, però, tutto è partito proprio da lì: dalla Benemerita Società degli Amici del Barolo, dalla nascita della guida Vini d’Italia, di cui fu il primo co-curatore insieme a Daniele Cernilli. Da quel momento il suo raggio d’azione si è progressivamente allargato, fino a farne il personaggio che tutti, o quasi, hanno conosciuto attraverso libri, articoli e le rare apparizioni televisive, mezzo che non ha mai amato particolarmente.
Credo però sia importante provare a delineare la traiettoria che Petrini ha impresso al mondo del vino. E non è un caso che tutto sia iniziato nel momento più difficile che il settore abbia mai attraversato.
Il 1986 e la scelta di ripartire dalla qualità
È il 1986. Lo scandalo del metanolo travolge il vino italiano. Mentre molti parlano soprattutto di controlli e sanzioni, Carlin e un gruppo di amici immaginano una strada diversa: rilanciare il vino italiano partendo dalle sue eccellenze, raccontando la qualità già esistente e mettendo quasi in competizione virtuosa i vignaioli, affinché ciascuno cercasse di fare sempre meglio.
Fu un’intuizione vincente. Da lì prese avvio una crescita che probabilmente superò perfino le aspettative degli stessi creatori di Vini d’Italia. La guida divenne il simbolo di un’Italia che voleva lasciarsi alle spalle la pagina più nera della propria storia enologica e costruire una nuova reputazione fondata sulla qualità.
Lo fece sempre con largo anticipo sui tempi. Già nelle presentazioni della guida, ben prima del Duemila, ricordava ai produttori premiati con i Tre Bicchieri l’importanza delle varietà autoctone, dei vigneti storici, dei paesaggi rurali e delle tradizioni locali. Mentre una parte della critica guardava soprattutto ai vitigni internazionali e all’omologazione del gusto, lui parlava di biodiversità viticola quando quella parola era ancora quasi sconosciuta.
Non solo critica: gli spazi di incontro
Ma Petrini non si è mai fermato al ruolo di critico. Il suo carisma lo portò a cercare continuamente occasioni di incontro tra i produttori, creando spazi di confronto e formazione. Basti pensare ai primi Comizi Agrari e, molti anni dopo, all’esperienza di Vignerons d’Europe, cui partecipò con entusiasmo sia a Montpellier nel 2007 sia a Firenze nel 2009. Da quel percorso nascerà anche la FIVI, la Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti, guidata da Costantino Charrère.
Ed è proprio qui che si trova uno dei maggiori meriti di Petrini: aver riportato il vino dentro l’agricoltura.
Prima della bottiglia
Può sembrare un paradosso, ma dopo il boom degli anni Novanta il vino rischiava di diventare soprattutto marketing, finanza e immagine. Petrini ricordò con forza che prima della bottiglia esistono un terreno, un ecosistema, un contadino e una comunità. Un vino non è soltanto un prodotto: è il risultato di una relazione tra persone, paesaggio e cultura.
Spostando il centro dell’attenzione dal vino al vignaiolo restituì dignità al mondo rurale molto prima che diventasse una sensibilità diffusa. Oggi questi temi sembrano quasi ovvi; trent’anni fa erano rivoluzionari.
Negli ultimi anni non ha smesso di rilanciare il proprio messaggio. Ha denunciato con lucidità i rischi che le sue amate Langhe correvano: l’overtourism, la perdita d’identità, la finanziarizzazione della viticoltura. Ma non si è limitato mai alla critica. Ha indicato sempre un modello alternativo, concreto, capace di offrire una prospettiva a chi quei territori li vive ogni giorno.
Da strenuo difensore della memoria storica ha dedicato le sue ultime energie anche alla scrittura, insieme a Paolo Tibaldi, di Vite di Langa e Roero. Era convinto che i giovani di quei territori non potessero costruire il futuro senza conoscere le proprie radici. Perché senza memoria non esiste identità e senza identità nemmeno il vino riesce a raccontare davvero il luogo da cui nasce.
L’ultimo regalo: la giustizia sociale
Infine è arrivato il suo ultimo regalo. La partecipazione alla Slow Wine Fair del 2026 è stata una delle sue ultime uscite pubbliche fuori dal Piemonte. Nel dialogo con il cardinale Matteo Maria Zuppi ha alzato ancora una volta l’asticella del dibattito, indicando quale dovrà essere, secondo lui, il prossimo orizzonte del vino: farsi carico anche delle condizioni di chi lavora in campagna.
“Non mi interessa bere un Barolo realizzato con lo sfruttamento di chi in vigna ci va tutti i giorni”
Con quella frase Petrini ha aperto definitivamente il mondo del vino alla dimensione della giustizia sociale, dopo essersi battuto per una vita intera per la biodiversità, la sostenibilità ambientale e la rigenerazione del suolo. È stato il naturale approdo di un percorso che, anno dopo anno, ha allargato lo sguardo: dalla qualità del vino alla qualità dell’agricoltura, dalla qualità dell’agricoltura alla qualità della società.
Per questo il suo contributo non può essere misurato soltanto nelle guide pubblicate, nei premi assegnati o nei movimenti che ha contribuito a far nascere. La sua eredità è soprattutto culturale.
Carlo Petrini non ha cambiato il modo di fare il vino. Ha cambiato il modo di pensarlo. E, cambiando il modo di pensare il vino, ha cambiato anche il modo di guardare la terra, chi la coltiva e il ruolo che l’agricoltura può avere nella crescita della nostra civiltà. È probabilmente questa la sua lezione più grande.






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