Cantine da Hurlo:Fattoria Garbole, la nascita di un sogno.

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Nella provincia di Verona, in quella parte di terra eletta che è la Valpolicella DOC, non semplice da raggiungere, troviamo la fattoria Garbole a Tregnago, in Val d’Illassi, lungo il corso accidentato del Progno dove si estendono alcuni dei loro vigneti. Sono terre ghiaiose, alluvionali, poco adatte alla coltura orticola ma particolarmente vocate alla vigna “che ama soffrire”. Bisogna soffrire anche per raggiungere questo luogo è la prima cosa che facciamo notare ad Ettore Finetto il produttore di vini unici che nell’immaginario collettivo possiamo definire a “Unicorn Wine”, appena scesi dall’auto, dopo un cordialissimo buongiorno, ci dice: “È fatto apposta la ricerca di un’opera unica non è un percorso semplice neanche in suv“.

Lo seguiamo all’interno dell’azienda e rimaniamo sorpresi dall’originalità degli interni dove la tecnica,” filosofia”, ci tiene a sottolineare Ettore, si fonde con la bellezza di opere d’arte contemporanea scelte e selezionate accuratamente da lui stesso che ne è un grande estimatore. Sulla parete di fronte all’ingresso campeggia un bellissimo ritratto dei fratelli Ettore e Filippo Finetto, sorridenti in uno scatto di Greg Gorman, ovviamente non uno a caso, parliamo dello stesso fotografo autore di ritratti di star quali Rachel Welch, Sharon Stone, John Travolta, Richard Gere, solo per citarne  alcuni, già questo ci dà la misura del successo che questi fratelli hanno costruito dal 1994, anno di nascita dell’azienda, ad oggi. Sul loro ritratto campeggia una scritta:” Learn from the Past. Live The Present. Dream the Future”, con in calce le firme dei fratelli Finetto, quasi a voler sottolineare la loro filosofia di vita per poi riportarla con grande passione nel loro lavoro, o meglio, come racconta Ettore: “questo non è un lavoro, Il nostro è uno stile di vita, non siamo produttori siamo creatori di opere d’arte.”

Il Sommelier Magazine Cantine da Hurlo:Fattoria Garbole, la nascita di un sogno. Ci parla della materia prima, il terroir, ci sono altri vigneti, oltre quelli che vediamo intorno all’azienda, situati in collina a 330 metri di altezza su terreni argillosi e calcarei, per un totale di circa dodici ettari “ma ne abbiamo altri a Cazzano di Tramigna che insistono su suoli vulcanici,li abbiamo acquistati nel 2013 i vini sono ancora lì a riposare è una terra completamente nera che conferisce complessità al vino“.

Sono in totale circa 10 ettari vitati ed una produzione di venti, venticinquemila bottiglie all’anno. Puntando esclusivamente sui vitigni classici della tradizione Veronese: Corvina, Corvina grossa, Rondinella e Molinara, un’uva che in piccole percentuali conferisce la giusta sapidità ai vini. Forniture di nicchia che vanno in ogni parte del mondo e che hanno un forte legame con il territorio che li genera ma al tempo stesso un’anima inafferrabile che cerca di andare oltre. Amarone Riserva, Recioto, Rosso Veneto IGP sono le migliori espressioni delle rispettive tipologie. I Finetto non producono più il Valpolicella Superiore “non se la sentiva di essere chiamato ancora cosi si è” Heletto”per diventare qualcos’altro“.

Il Recioto è quel vino che ha segnato la storia del territorio, dai tempi dei Romani, e che Gaborle interpreta con un ottimo equilibrio tra dolcezza e acidità, evitando che un vino così concentrato risulti stucchevole. Gli chiedo di raccontarci degli esordi, della nascita del sogno  “Garbole” ed Ettore, sintesi perfetta di umiltà, passione e capacità di sognare un cuore caldo ma con i piedi saldamente a terra, prosegue il suo racconto. L’idea comincia a prendere corpo poco più di vent’anni fa, nel garage di casa, dove i fratelli Ettore e Filippo, compiono alcuni esperimenti di vinificazione “con due cisternette in vetroresina”. Il passo successivo è trasformare la piccola azienda di famiglia, fino ad allora condotta dal nonno, da “in parte vinicola e in parte agricola” a completamente vinicola. Siamo negli anni 1996/1997 quando viene effettuata in larga parte il reimpianto dei vigneti,a Guyot semplice, a fusto basso, con densità di 5000 – 5500 ceppi per ettaro. “Iniziava ad essere qualcosa di più di un semplice hobby anche se non era ancora lavoro“, prosegue Ettore.

Il debutto effettivo sul mercato avviene con un Valpolicella Superiore e un Amarone entrambi annata 2001. Le primissime bottiglie di Hurlo, annata 2008, vedono la luce solo alla fine del 2014, adesso si imbottiglia il 2009. “La nostra forza e che eravamo liberi, anche di sbagliare“.

All’interno la Cantina di Garbole, somiglia ad una galleria d’arte moderna. Due sedie e un tavolino di legno sospesi in aria, ma saldamente agganciati alle pareti, rappresentano l’angolo pensatoio dove sono prese le decisioni aziendali più importanti. “A volte bisogna cambiare la prospettiva per ottenere un risultato diverso” è un omaggio all’artista Gino De Amicis “uno che ha fatto una sola intervista nella sua vita poco prima di morire“.

Più avanti troviamo altre opere d’arte dalla pittoscultura di Milena Maccaro al quelle di Umberto Esposti, realizzate con materiali di recupero, all’uomo mediatico con il suo fisico scolpito ma senza volto dedicato a Edward Bernays; ci spiega Ettore “sono opere originaliIl Sommelier Magazine Cantine da Hurlo:Fattoria Garbole, la nascita di un sogno. dalle quali attingiamo “ispirazione” e con cui cerchiamo di esprimere concetti che portiamo dentro la bottiglia. Noi troviamo molto più interessante focalizzarci su ciò che sta alla base del vino e ne afferra l’essenza che sugli aspetti tecnici, come sapere quant’è l’acidità. Se fosse per me non metterei neanche l’etichetta sulla bottiglia“.

Sulle pareti della cantina spiccano frasi scritte sulle quali ci soffermiamo, una citazione di Einstein “Le cose non accadono per caso, ma per merito“, poesie di Emily Dickinson e poi la leggenda di Seabiscuit il cavallo da corsa americano sul quale nessuno avrebbe scommesso e che un giorno inaspettatamente vince tutte le gare “un po’ come noi che qualche garetta la stiamo vincendo” racconta Ettore ammiccando.

La cantina è su due livelli, un impianto fatto su misura per una vinificazione ad alta precisione. La maggior parte delle operazioni è effettuata in gravità. Le cisterne sovrapposte, tutte a saturazione di azoto, sono separate l’una dall’altra in modo che i travasi siano eseguiti per caduta limitando al massimo le operazioni meccaniche. I tubi alimentari, completamente lisci al loro interno per evitare residui di sporco, ci dice, “costano una follia circa €200 al metro“.

“La tecnica non dà emozione il mondo del vino è talmente vasto che si ha una percezione di quello che è ma mai una certezza. Il vino è un prodotto vivo, che ha sbalzi di umore paragonabili ai nostri se decide di ribellarsi lo fa“. Continua il racconto sulla tecnica di vinificazione: “Il segreto e portare in cantina uva buona e cercare di rovinarla il meno possibile. Non sono d’accordo con chi dice che il vino si fa in vigna, in vigna si fa l’uva, il vino si fa in cantina questo non vuol dire sofisticarlo ma averne una cura dettagliata durante il processo. L’insieme di tantissimi piccoli particolari fa la grande differenza. I vini sono composti principalmente di acqua e alcool etilico, ed è con il restante 5% – 6%, (che è una quantità minima) che si fa la differenza tra un vino scadente è un grandissimo vino, differenza alla quale è vocato il nostro lavoro, la nostra opera. Servono quindi una miriadi di attenzioni“.

Nella barricaia troviamo botti nuove, ci dice Ettore “sono appena arrivate dalla Spagna, le dobbiamo ancora preparare. Lavoriamo solo con botti monomarca di una tonnellerie spagnola, la Magrenan. Arrivano dalla Rioja e sono di legno americano, il più robusto per reggere il carattere dei nostri vini. Io vado in Spagna una volta all’anno per scegliere i legni migliori. Ci siamo accorti che il legno nuovo dà un’altra espressione ai nostri vini. Nel 2009, come abbiamo avuto la possibilità economica per sostenere questo percorso, non l’abbiamo più abbandonato. Solo nel 2014 non le abbiamo acquistate ma perché non abbiamo prodotto vino o meglio non c’erano le condizioni minime per fare i nostri vini”. Ci ricorda così l’annata non felice, quella del 2014 appunto, per molti produttori di vino. “Anche i tappi sono selezionati a mano da un unico fornitore“, spiega Ettore.

Arriviamo così al momento dell’assaggio dei vini nella sala degustazione di lato su un ceppo di legno fanno bella mostra di se le mitiche bottiglie Heletto, Hurlo e Hestremo. Sul grande tavolo di legno ci aspettano sei calici con accanto le leggendarie bottiglie che andremo a degustare sappiamo già che non sarà il solito percorso tecnico dove andremo a sviscerare tutte le componenti che fanno grande un vino andremo a degustare dei vini di grande struttura ed equilibrio.

Incuriosita dalla grafica delle etichette e dai nomi scelti per ciascun vino, chiedo spiegazioni, le etichette sono semplici, ricercate, raffinate giocate nei toni del nero, rosso, bianco e grigio poi la scelta di far precedere dalla lettera “H” il nome di ciascuno dei vini. “La “H” che dà significati nuovi in silenzio, il fattore “H” che è la capacità di andare oltre l’esistente, è il punto di rottura, l’essere fuori di tutto. Fuori dal Dogma”. Ci spiega così la scelta di uscire fuori dal Disciplinare per preservare il segreto della miscela di uvaggio che compone ciascuno dei loro prodotti. Una scelta coraggiosa, in perfetta sintonia con la personalità dei produttori: “coraggiosamente inquieti, saggiamente folli, incautamente estremi.”

Iniziamo la degustazione con l’Heletto, a seguire con l’Hestremo per poi terminare con l’Hurlo il tanto decantato vino che ci ha portati fin qui. Stiamo parlando di un Rosso Veneto IGP, 2008, 15 % Vol, senza ombra di dubbio un grande vino, “ne produciamo circa 1500 bottiglie all’anno”, e in vendita solo su prenotazione. “Il valore prima del prezzo” ciascuna bottiglia è numerata e accompagnata da un certificato di autenticità. Le etichette vengono attaccate rigorosamente a mano, altro dettaglio che ne giustifica l’unicità. Un vino di colore rosso rubino intenso, di corpo pieno e di grande complessità aromatica è un “Inno alla gioia”, come sostiene Ettore: “Sia a livello culturale che sociale, si è perso l’urlo di gioia ed il nostro vino Hurlo vuole essere un omaggio al benessere: un urlo, appunto, di grinta e di energia“.

Cinque i vitigni autoctoni utilizzati alcuni in via di estinzione: Saccola, Pontedarola, Uva Segreta, Negrara, Corvina Veronese, la cui percentuale di uvaggio non è data sapere così come non esiste una scheda tecnica del vino. Un vino morbido che fa sentire il legno senza rinunciare alla territorialità. Al naso arriva profondamente intenso a distanza si riescono a percepire note di piccoli frutti rossi, lamponi, more, ciliegie mature, marasca per poi lasciare spazio a sentori di erbe selvatiche timo, muschio, pepe e note stuzzicanti di cioccolato fondente. Un vino equilibrato e complesso con una bella spalla acida che lo renderà gradevole alla beva anche nel lungo periodo.

 

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