Cristina Mercuri, la prima donna italiana Master of Wine

Ha lasciato l’avvocatura a trent’anni passati con una sola promessa: cambiare vita soltanto per arrivare al titolo più selettivo del vino. A febbraio 2026 ci è arrivata. Qui racconta l’esame, la tesi sulle donne del vino nel ventennio fascista, e perché essere Master of Wine non significa indovinare un calice alla cieca.

Il Master of Wine è il titolo più autorevole del settore enologico. Lo rilascia l’Institute of Masters of Wine e al mondo lo portano circa quattrocento persone. In Italia erano tre — Gabriele Gorelli, Andrea Lonardi, Pietro Russo — e da febbraio 2026 sono quattro: si è aggiunta Cristina Mercuri, prima donna italiana a ottenerlo.

Wine editor per «Forbes Italia», giudice internazionale per «Decanter», fondatrice e amministratrice delegata di Mercuri Wine Club, società di consulenza strategica per il mondo del vino e dell’hospitality. Prima di tutto questo, un’altra vita: l’avvocatura, lasciata nel 2015. L’abbiamo intervistata.

«Se avessi cambiato, sarebbe stato solo per diventare Master of Wine»

Ci racconta la sua storia?

Sono una ex avvocata toscana, trasferita a Milano per esercitare. Nel 2015 ho deciso di cambiare completamente vita, perché ero triste e annoiata dalla carriera precedente. Da grande appassionata di vino ho fatto il salto, con la promessa di puntare al titolo di Master of Wine. Mi sono prefissata questo obiettivo non più giovanissima: avevo ben oltre trent’anni e una carriera avviata. Perciò, appunto, se avessi cambiato sarebbe stato solo per diventare Master of Wine.

Quando è nata la passione?

All’università, quando da semplice consumatrice mi divertivo a leggere tutto ciò che riguardava il vino. L’anno di svolta è stato il 2013: ho capito che dovevo trovare un piano B per la mia vita. Da allora mi sono iscritta ai corsi Wset, ho conseguito il diploma nel 2018 e sono entrata nel percorso del Master of Wine.

Nel frattempo ho avviato la mia società, che all’inizio era esclusivamente formazione. Oggi ha due anime: consulenza strategica per importatori, aziende e consorzi, e formazione. Facciamo studi di category che comprendono la scelta e il posizionamento del prodotto e dell’etichetta, e l’individuazione delle leve con cui le aziende possono posizionare i propri vini in Italia e all’estero.

Come si diventa Master of Wine

Qual è il percorso?

C’è una prima prova selettiva. Per candidarsi bisogna dimostrare di lavorare nel vino da almeno tre anni, avere un diploma Wset o essere enologi, e presentare una lettera di raccomandazione di un altro Master of Wine. La prova è scritta e pratica: già all’ingresso si deve dimostrare la capacità critica di giudicare un vino. Io l’ho superata al primo tentativo, nel 2019. Da lì è iniziata la mia «agonia».

Va detto che non ci sono lezioni frontali né corsi veri e propri, ma simulazioni d’esame: il grosso dello studio è individuale e del tutto libero.

Il primo stage è una giornata: la mattina la parte pratica, con dodici vini alla cieca fra bianchi, rossi, bollicine e dolci; il pomeriggio due essay su viticoltura, enologia, marketing e commercio.

Il secondo stage è il più selettivo, quello dove la maggior parte degli aspiranti abbandona: passa circa il dieci per cento dei partecipanti. Dura quattro giorni. Il primo, assaggi di bianchi al mattino e tre saggi di viticoltura al pomeriggio. Il secondo, rossi e tre saggi di enologia. Il terzo, assaggi di diverse tipologie e prova teorica di wine handling: stoccaggio, conservazione, imbottigliamento, difetti. Il quarto, marketing commerciale al mattino e contemporary issues al pomeriggio — tendenze di consumo, sostenibilità, cambiamenti climatici, normative globali.

Ho superato teoria e pratica insieme, al secondo tentativo: non accade così di frequente, e in effetti è stato considerato un piccolo record.

Poi il terzo stage: un research paper su argomento limitato, con una metodologia rigida, scientifica, replicabile.

Una tesi sulle copertine di «Enotria»

Su che cosa ha scritto?

Sulla rappresentazione semiotica visiva delle donne del vino nel ventennio fascista, attraverso le copertine di una rivista che si chiama «Enotria». Ho analizzato quelle copertine con una lente semiotica, che permette di fare considerazioni anche su come la comunicazione del vino, oggi, sia assolutamente migliorabile se usiamo strumenti di semiotica visiva. Grazie a questa tesi, a febbraio 2026, ho ricevuto il titolo.

«Non si tratta di indovinare il vino»

Che cosa fa davvero un Master of Wine?

Tanti pensano che essere bravi degustatori sia saper indovinare alla cieca un vino, ma non è così. Il vero scopo è capire il vino: comprenderne lo scopo, la qualità, il prezzo, e quello che sarà il suo consumatore ideale, aiutando così le aziende nel loro successo. Questa è la forza che può avere un bravo Master of Wine.

Nelle prove pratiche i vini sono organizzati in piccole batterie, da due, da tre, da quattro. Può essere richiesto di commentare vitigno e origine, o di analizzare il metodo produttivo e valutare qualità, stile e commercial appeal, partendo dalle evidenze del calice per arrivare a conclusioni logiche. È come essere detective, ma al contempo bravi nella degustazione. Il punto è dimostrare che il vino nel calice è quello che si pensa possa essere.

Il Master of Wine significa essere una tra le 400 persone più esperte di vino al mondo, e questo dovrebbe bastare per celebrarmi.

La prima donna: un dato o un’etichetta?

Le fa piacere che lo si sottolinei?

In un mondo ideale potrebbe essere una sottolineatura fastidiosa, perché si dovrebbe celebrare unicamente che sono Master of Wine. Il Master of Wine significa essere una tra le 400 persone più esperte di vino al mondo, e questo dovrebbe bastare per celebrarmi.

In Italia, però, non solo nel mondo del vino, gli equilibri sono ancora spostati sul lato maschile, e i numeri confermano che le posizioni apicali restano marginali per le donne. A questo si sommano le differenze salariali e i commenti «da spogliatoio». Quindi «Master of Wine donna» ha un senso, ma non deve diventare un segno distintivo.

Mercato: «NoLo», zebra striping, vini bianchi

I dealcolati sono una moda o restano?

Restano: i numeri parlano chiaro e si vede quello che è successo nel resto del mondo. Per ragioni legali l’Italia è rimasta indietro, ma stiamo facendo un ottimo lavoro di ricerca grazie a Uiv sui processi di dealcolizzazione, ed è arrivato il decreto del ministero delle Finanze che chiarisce come gestire gli scarti di produzione. Siamo sulla buona strada per un dealcolato interamente italiano.

Ora però va investito in qualità partendo dalla vigna: studio dei vitigni, protocollo di cantina focalizzato sulla fermentazione, momento di vendemmia, trattamento post fermentativo. Tutto prima di arrivare all’atto di dealcolare.

Sono una consumatrice di «NoLo» e non me ne vergogno. È un modo di alternare vini tradizionali e vini senza alcol: tifo per lo zebra striping, cioè alternare nella stessa giornata bevande alcoliche e analcoliche. Che il dealcolato stia sotto il cappello dei vini è importante per il comparto; mi auguro che resti una nicchia in cui la qualità non venga messa in discussione.

Altre tendenze?

Maggiore attenzione ai bianchi da vitigni autoctoni e al mondo dell’Etna, che è già un trend noto ma va ancora democratizzato.

Comunicare il vino

Che doti deve avere un buon comunicatore?

Saper dosare le parole, per una comunicazione chiara, precisa, oggettiva e semplice. I messaggi devono essere facili da comprendere, e questo richiede anche ampiezza di vocabolario, per descrivere un vino in modo esatto e insieme semplice. Il bravo comunicatore rende facili le cose difficili e arriva al consumatore, non al tecnico, senza creare diffidenza. E soprattutto sa mettersi in ascolto: bisogna capire chi si ha davanti, prima di parlare.

E i giovani?

I giovani di adesso sono interessati a capire cosa c’è dentro un calice e quali processi hanno dato vita a quel vino, più che alla storia della cantina. In certi casi però può essere più divertente per loro il racconto personale di un produttore, perché cercano autenticità e storie di vita oneste. È fondamentale usare i canali social, che sono i loro.

Restituire

Il vostro impegno sociale?

Siamo una società benefit: parte degli utili va a enti benefici per statuto. Quest’ultimo anno, con l’associazione Donne X Strada, abbiamo stanziato venti borse di studio per permettere a donne vittime di violenza di frequentare il Wset 2 a Milano o online. È un attestato riconosciuto a livello internazionale, quindi una via verso l’indipendenza economica.

Con uno dei miei clienti stiamo poi realizzando il progetto Genevitis, che vuole rendere democratico il mondo del vino di qualità: penso che tutti abbiano diritto a un buon calice, indipendentemente dalla possibilità di permettersi un vino costoso.

Un consiglio ai sommelier

Che cosa direbbe a chi ci legge?

Di non smettere mai di imparare, di essere sempre curiosi e di interrogarsi su qualsiasi cosa, perché non esistono verità assolute. Solo chi ha paura di fare domande non evolverà mai.

L’intervista integrale di Elena Migliorini è pubblicata su «il Sommelier» n. 2/2026, alle pagine 24-29.